May I quote to the loo?

May I quote to the loo?

Cosa vuol dire avere un’ora o meno per incontro, ce lo rivelan gli occhi e le battute dei ragazzi, o la curiosità di una prof irriverente, che si avvicina solo per il suo dubbio impertinente, vuole scoprir se è vero quel che si dice intorno ai libri, che siano i più forniti della virtù meno apparente, tra tutte le virtù la indecente… E allora Mitsuha del racconto Your Name, di Makoto Shinkai, si sveglia una mattina dentro il corpo di Taki e ovviamente Taki è nel corpo di Mitsuha. Però c’è una pagina che io mi diverto tantissimo a raccontare perché mi immedesimo. Piedi saldi e gambe aperte all’ampiezza delle spalle. Inizio a narrare in prima persona (sono una ragazza nel corpo di un ragazzo)

“Mi guardo all’altezza del torace e non ci sono” pausa. Il mio sguardo resta bloccato sul mio torace. Silenzio in aula. Poi i primi risolini, poi mormorii. Alzo lo sguardo lentamente e passo in rassegna i volti. Individuo sempre quello più imbarazzato che appena sente i miei occhi posarsi su di lui si ritira in se stesso. Un primino di un istituto tecnico, un mese fa, iniziò a diventare rosso habanero, poi cangiante tonalità ferrari e infine ambrato. Le orecchie gli fumavano e dalla bocca gli uscivano dei suoni tipo richiamo amoroso di un uccello della selva amazzonica. Mi avvicino fino a sfiorargli la punta del naso con i miei occhiali e gli chiedo: “Cosa non ci sono?”. Lui gira la testa a destra e a manca in cerca di un segno di aiuto o approvazione da parte di qualche compagno, invece trova solo gente che si scompiscia dalle risate e nasconde la faccia nell’incavo del gomito. Alla fine come rassegnato esplode in un fragoroso “Eeeeh!!!, le booocce”.

Mi diverto un sacco a rompere i crostoni di imbarazzo dei primini, chiamando a raccolta tutta la classe affinché si rilassino sui nomi del corpo. Gli racconto che tutti abbiamo cercato la parola culo sul dizionario quando avevamo sette anni, e che dire seno non deve imbarazzare né più né meno che dire gomito. Fa parte del corpo. C’è. È più esposto del duodeno e non meno importante. Poi mi diverto a dire alle femmine che è colpa loro se i compagni non sono edotti sui nomina più appropriati ad indicare certe parti del corpo. In questo giochino teatrale ho sentito di tutto: pettorali, protuberanze, le cose, pocce, mimi fatti con le mani senza pronunciar verbo, gli “eeeeeeeeh, ma lo devo dire?”

Ecco, raccontare storie ai ragazzi, mettergli un libro in mano vuol dire anche fornirgli le parole per nominare il mondo, per sentirlo meno ostile, meno estraneo.

A fine mattinata, dopo tre bottigliette d’acqua ciucciate avidamente, faccio una capatina in bagno.
Mi diverte tantissimo leggere le pareti degli sgabugi che ospitano i water, chissà come mai le frasi più ispirate si trovano sempre in posti così immondi.


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