Nevermind, non fa niente.

Nevermind, non fa niente.

È andata proprio così… che mi vibra in tasca il cellulare che saranno state le dieci di mattina. Era il 18 mattina. Maggio. Caldo ma temperato, affilato direi. E quello vibra e io sono in aula e sto presentando un libro ad una classe del liceo XXX. E mica mi posso mettere a guardare davanti alla classe con il prof sul chi va là… Nevermind, penso fra me e vado avanti: Il rinomato catalogo Walker and Dawn, bla bla bla e poi bla. Passo la parola alla mia collega e fingo un ocho artás, lesto, la mano alla tasca e nel tempo di un giro su me stesso agguanto, estraggo e accendo lo schermo. News: È morto Chris Cornell, Cantante dei Soundgarden.

Punto. Salto nel tempo. Ultimo anno delle superiori, la vespa piaggio pk 50 con le manopole pisciate dal gatto, istituto tecnico agrario Firenze via delle Cascine 11, mai una soddisfazione, brufoli e tentativi di sfondare nel rock, paghetta, fughe di casa, chiodo e capelli lunghi fino al culo. Totem Comics, Edika, Selen, Dylan Dog e tutte, ma proprio tutte le donne di Milo Manara. Ovosodo, Pulp fiction e il Corvo quello col figliolo di Bruce Lee. Letture scomposte per darsi un tono e zero, ma proprio zero fidanzate. Poi pratone dell’anfiteatro, concerti aggratisse, birra calda e sgasata, cani sciolti, nebbie lisergiche e accendini tra gli alberi: L’anfiteatro, Stonehenge di noi adolescenti degli anni novanta che ci riunivamo celebrativi al grido di Valeriooooo. Mai saputo chi fosse. Nei nostri walkman giravano a nastro gli album dei Nirvana, Stone Temple Pilots e Screaming Trees. Non c’era pub o bar che non avesse in selezione i Pearl Jam. non c’era negozio di mutande o supermercato che non passasse almeno dieci volte al giorno Mr Jones dei Counting Crows. Vogliamo parlare degli Spin Doctors. No meglio soffermerai un secondo sui Blind Melon,  album omonimo  No Rain, un singolo che spacc… Gespo, Gespo…. esco dal torpore della mia allucinazione solipsistica… la mia collega mi scuote per un braccio, una classe di sbarbati cervelli mi guarda sbalordita. Scusate ragazzi, ho da darvi una brutta notizia. È morto Chris Cornell…

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Per chi no lo avesse afferrato i puntini non sono cacate di mosca ma il silenzio imbalsamato dei visi che ho dinanzi. Non sanno se dispiacersi o chiamare la neuro deliri. Poi uno più vivo degli altri azzarda: Chiii?

Sconforto, amarezza e delusione. Groppino alla gola e spalle a gruccia. Un “Ma come” dipinto sugli occhiali. Penso veloce che io alla loro età lo sapevo chi erano i Led Zeppelin, li ascoltavo i Deep Purple e arrivavo perfino a rifare in maniera decente con la chitarra almeno un paio di canzoni di Déjàvu di Crosby Still, Nash e Young… e voi non mi sapete chi era Chris Cornell? Mai sentito parlare dei Soundgarden?, almeno gli Audioslave? Temple of the dog neanche a parlarne eh?

Ma che ve li presento a fare i libri, tra l’altro per le mani ne ho uno che parla dell’era del Punk inglese degli anni settanta, Naked di Kavin Brooks.

Poi improvvisamente capisco. Cioè non è che capisco, piuttosto mi affido a una sensibilità nascosta tra le pieghe della pedagogia di base: imitazione e processi di apprendimento. E poi che ci stiamo a raccontare, anche Matteo Biagi introducendo Libernauta agli insegnanti parlava dell’utilità di un progetto che fornisce degli esempi, dei modelli, dei soggetti con i quali condividere il gusto per la lettura: noi. E allora tocca a noi. O vediamo.

Torno a casa, scarico sul computer Black hole sun. Mi preparo una pappa col pomodoro, un bicchiere di rosso e a nanna.
L’indomani sono con una collega all’istituto XXX. Presentiamo diligenti il progetto, mettiamo in fila dati e scadenza e poi, tranquillo, tiro fuori il computer e principio: “Noi avevamo l’anfiteatro….”

 


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