Emily Dickinson: storia di reclusione e libertà

Benedetta Bonfiglioli nel suo libro “In attesa di un sole” decide di dar magicamente voce, attingendo unicamente alla sua immaginazione, al misterioso anno di vita di cui non si hanno notizie nella biografia della celebre poetessa ottocentesca Emily Dickinson. È straordinario come l’autrice riesca a ricostruire l’atmosfera che aleggia nel collegio di formazione religiosa in cui la all’ora diciassettenne Emily viene catapultata, il senso di oppressione che la attanaglia, che la porta a sfuggire le regole dettate da una direttrice che presenta loro Dio come un inamovibile legislatore e punitore. Solo una persona è in grado di alleviare la sua solitudine, la percezione di sentirsi diversa da tutte le altre: Nathanel, uno schiavo nero fuggito dal suo crudele padrone, che diventerà per lei l’unico spirito affine, una boccata d’aria fresca in un contesto in cui si sente soffocare. Tutte le difficoltà del periodo storico emergono con forza attraverso la narrazione, dall’inaccettabile sfruttamento degli uomini di colore che rimarrà per sempre una piaga indelebile della nostra storia al ruolo di pura “serva” cui era confinata la donna. Se lo consiglierei? Assolutamente si:  il romanzo ha una forza devastante, ogni frase è una lama tagliente, penetra nel lettore, crea un’immagine ben definita, provoca sensazioni contrastanti tanto da rendere impossibile concentrarsi su altro prima di averlo terminato. 

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